lunedì 12 dicembre 2011

Perché non mi piace la favoletta della perla

Per chi non l'avesse mai sentita la favoletta della perla è una parabola sul dolore e sul male che, come il granello di sabbia o come il pezzetto di carne che il predatore ha lasciato sul campo di battaglia dopo aver attentato alla vita della conchiglia, sono riassorbiti e digeriti e, solo così, possono trasformarsi in una perla preziosa. Questa storiella non mi è mai piaciuta. Il dolore, la sofferenza, il male sono qualcosa contro cui l'uomo deve potersi ribellare, imprecare, bestemmiare, spergiurare. Se poi diciamo che il granello di sabbia è l'estraneo, allora inglobarlo, incapsularlo vuol dire anche annientarlo.  L'estraneo è il nemico,  il male dal quale dobbiamo immunizzarci per poter sopravvivere?  Ma fermiamoci alla rilfessione sul male. Dio è venuto a liberare dal male, anche la crocifissione non è certo volontà di Dio, ma opera degli uomini incapaci di sottrarsi alle logiche del sacrificio. Pensiamo un attimo a che cosa ne sarebbe di Dio se la storiella della perla fosse vera. Il dolore, il male faticosamente riassorbiti nella nostra vita, ne usciamo doloranti, ma anche scintillanti come una perla. Un Dio consolatore che ci serve per credere a questo bel miracolo ci serve forse per aiutarci a vivere senza imprecare. Senza ribellarci. Bel pensiero. Ma è così? Il male, la sofferenza, fisica e psichica ci dilaniano, ci feriscono, altro che perla. Imprechiamo verso Dio perchè qui, su questa terra non c'è Bene, non c'è Giustizia. Qui possiamo solo, faticosamente, provare un lento e mai compiuto cammino di approssimazione, tentativi,  sempre nel dubbio, nella domanda che si chiede sempre, in timore e tremore, sono io forse giusto? E' questo un bene?  Ecco allora che la storia non può finire così, con una perla lucida e impossibile da scalfire. Le perle dure e dalla supericie levigata sono solo una favoletta consolatoria, buona per le anime ingenue. Dio dovrà dare una risposta a tutte le nostre ferite, a una umanità che non deve smettere di gridare contro il male e la sofferenza. Siamo zoppi, l'essere umano è claudicante e vulnerabile, riconoscere questo è il tutto della sua umanità. Anche molti temi di bioetica potrebbero ritrovare un loro giusta ridefinizione a partire da questa semplice constatazione: il male è male. La sofferenza non si può eliminare.  Si possono però alleviare alcune sofferenze. Abbiamo il dovere morale di farlo. Anche a costo di abbreviare la vita, certo, perchè viene prima la persona della Vita. Illudersi e illudere qualcuno di poter diventare una perla traslucida è una cattiva catechesi. 

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